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giovedì 21 settembre 2017

Amazon Sta Uccidendo Il Mercato?

Amazon fa spesso sotto-costi assolutamente impressionanti se rapportati a quelli medi di mercato.
Molte volte addirittura ci si chiede, quali benefici possa portare una strategia di mercato del genere?
L'altra grande domanda è: ma Amazon sta facendo fallire/farà fallire i piccoli negozietti? Le grandi catene? Addirittura il mercato nel suo complesso?
In altre parole sta uccidendo il mercato?
Quello che si può dire con esattezza è che Amazon spesso ci va a rimettere davvero ma lo stesso colosso americano trae i suoi guadagni anche da altro (abbonamenti in primis) e non solo dalle vendite quindi (tra l'altro, come vedremo, la loro politica fiscale è agevolata).
Ad esempio, il terzo trimestre del 2014 l’ha chiuso con un rosso di 417 milioni, anche a fronte di ricavi per 75 miliardi di dollari in tutto il 2013.
Gli investimenti miranti al futuro (e a nuove idee) superano i pur ingenti guadagni (per approfondire: Amazon: grandi investimenti ma conti in rosso).
Eppure Amazon è anche aiutata dalla borsa, cioè è verificabile che nonostante periodi in rosso le sue azioni continuavano a crescere.
Ormai da anni (a maggior ragione quando nacque), a loro non interessa il fatturato per questo continuano ad espandersi e a crescere.
Perchè?


LEADERSHIP
Non è una questione di soldi per loro ma di leadership, sanno che probabilmente è solo questione di tempo e saranno i leader del mercato globale da tutti i punti vista.
O almeno questo nell' intenzioni.
Amazon ha prima ucciso le librerie, poi i venditori di CD e piccoli negozietti, ora i grandi magazzini ed anni fa aprendo anche ai privati ha assestato un piccolo colpo anche ad eBay (per quanto qui la questione sia molto più complessa).
L'altro obiettivo (non dichiarato) è Google.
Secondo Eric Schmidt, il presidente del Cda di BigG, il motore di ricerca di Amazon fa seriamente concorrenza a quello di Mountain View, quanto ad informazioni sugli utenti.


LA CRISI DELLE LIBRERIE E DEI VIDEO HOME
Tornando alle librerie tra 2010 e 2015 ne sono sparite 288 (60 all'anno).
Nel mentre il commercio elettronico, sempre in quel quinquennio, è salito dal 5 al 14%.
Secondo gli analisti Amazon si comporterebbe ancora come una start up estremamente aggressiva, finanziata da Wall Street con la convinzione che, prima o poi, avrà una posizione sufficientemente dominante da potere gestire a piacimento il mercato.
Di fronte ad Amazon gli editori spesso sbuffano e si lamentano, ma quasi nessuno rifiuta di fare affari.
Mentre le librerie ricevono i libri dall’editore in conto vendita o in “conto assoluto” (un accordo per cui i volumi vengono effettivamente acquistati dal librario, ma si stabiliscono di volta in volta le condizioni di pagamento) con Amazon editori e distributori sanno di potere contare su un flusso di entrate certo e immediato.
La società decide anche come “esporre” la merce on line, valorizzando il nome dell’autore e il titolo del volume e mettendo in secondo piano quello dell’editore, quasi a sminuirne volontariamente l’importanza.
Chi contesta la linea, però, rischia di finire fuori.
È il caso di Hachette, la casa editrice francese del gruppo Lagardère, che nel 2014 ingaggiò una dura lotta con Bezos e i suoi: insoddisfatta della politica di sconti, che più volte aveva denunciato, si accorse e segnalò pubblicamente che Amazon stava ostacolando la vendita dei propri titoli, non facendoli comparire nelle ricerche o proponendoli a cifre troppo altre.
Venne ovviamente sconfitta.

David Naggar di Amazon disse: "Siamo lieti che il nuovo accordo includa specifici termini finanziari che incentivano Hachette ad abbassare i prezzi, cosa che riteniamo essere una grande vittoria per i lettori e per gli autori"


L'INDICIZZAZIONE SU GOOGLE
Secondo le stime degli analisti, la vendita di libri porta solo il 20% dei ricavi.
Per il gigante dell’e-commerce l’importanza strategica dell’editoria è un’altra.
I titoli a catalogo, circa 1 milione, rappresentano infatti un patrimonio immenso per il posizionamento di Amazon nella rete Internet: 1 miliardo di parole, tra titoli e nomi, offerte in pasto a Google affinché le ricerche di chi naviga in rete vengano dirottate con maggiore probabilità sulle pagine di Amazon.
Ed una volta entrati su Amazon gli utenti possono trovare qualsiasi cosa, e magari comprare anche quello che non volevano o non stavano cercando.


FISCO E SOCIETA' IN LUSSEMBURGO
Amazon inoltre sino al 2015 si è avvantaggiata di una struttura societaria che le consentiva di pagare il grosso delle imposte in Lussemburgo, con un regime fiscale estremamente agevolato.
Per dirlo in parole povere pagava poche tasse rispetto al volume d’affari che si presumeva facesse.
Si parla di un giro di affari da 2,5 miliardi di euro, Amazon nello stesso quinquennio venne accusata di aver evaso tasse in Italia per circa 130 milioni.
La società rispose: "Amazon paga tutte le imposte che sono dovute in ogni Paese in cui opera. Le imposte sulle società sono basate sugli utili, non sui ricavi, e i nostri utili sono rimasti bassi a seguito degli ingenti investimenti e del fatto che il business retail è altamente competitivo e offre margini bassi. Abbiamo investito in Italia più di 800 milioni di Euro dal 2010 e attualmente abbiamo una forza lavoro a tempo indeterminato di oltre 2.000 dipendenti".
Così l'azienda commenta l'accertamento di presunta evasione della Guardia di Finanza.

Negli anni successivi invece i ricavi sono garantiti innanzitutto da società lussemburghesi.
Un meccanismo che consente alla multinazionale, che in Italia muove 90 milioni di prodotti l’anno, di versare imposte per soli 3,4 milioni di euro.
L'idea era appunto la creazione di una succursale italiana della “Amazon EU Sarl”, casa madre con sede in Lussemburgo.
La nuova società, dotata di partita IVA italiana, era stata attivata nell’aprile 2015 subito dopo aver “inglobato” le preesistenti “Amazon Italia Service Srl” e “Amazon City Logistica Srl”.
“Amazon Italia Service Srl” e “Amazon City Logistica Srl”, che sono possedute per il 100% dalla capogruppo lussemburghese, non solo non hanno chiuso i battenti, ma hanno realizzato dalla cessione plusvalenze per un ammontare di 6,8 milioni di euro.
E, stando ai bilanci del 2015 delle due società teoricamente superate dal nuovo “corso” di Amazon in Italia, il rodato meccanismo che permette di spostare la maggioranza dei ricavi in Lussemburgo non sembra acqua passata.
Lo dimostrano i documenti societari della “Amazon Italia Service Srl” che fornisce “servizi generali, amministrativi e di supporto alle altre società del Gruppo”.
Nel 2015, il 98,5% dei suoi ricavi risultano riconducibili a “prestazioni di servizi” per diverse società domiciliate in Lussemburgo: “Amazon EU Sarl” che la controlla al 100% e fattura 98,3 miliardi di euro (nel solo 2015)-, “Amazon Services Europe Sarl”, “Amazon Europe Core Sarl”, “Amazon Media EU Sarl”, “Amazon Luxembourg Sarl”.
Stesso discorso per “Amazon City Logistica”, che con i suoi 30 dipendenti presta “servizi di assistenza e supporto di natura logistica”.
3,4 milioni di euro di ricavi quasi interamente garantiti dalla “prestazione di servizi” per le stesse società lussemburghesi.
Invece la “Amazon Web Services Italy Srl” è domiciliata non più in Lussemburgo ma nel Delaware, Stato a fiscalità agevolata degli Stati Uniti d’America.
Nel 2015, lo schema dei ricavi della Srl italiana (10 dipendenti) ha visto in ogni caso il ruolo preponderante della “Amazon Web Services Luxembourg Sarl” (Lussemburgo) e della “Amazon Data Services Ireland”.
Anche la nuova “Amazon Online Italy Srl”, una delle ultime creature della famiglia societaria del colosso insieme alla “Amazon Italia Transport Srl”, nel 2016 aveva 10mila euro di capitale sociale e un unico socio: come sempre, la “Amazon EU Sarl”, con cittadinanza lussemburghese.
L’attività prevalente sarà quella di “condurre campagne di marketing e altri servizi pubblicitari” e “promuovere il brand Amazon in Italia”.

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