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giovedì 18 dicembre 2014

Rilanciato Sul Mercato Il Commodore 64 (C64x)

Il Commodore 64 fu lanciato nel 1982 e divenne, in poco tempo, tra i computer più venduti al mondo.
Esso ovviamente fu uno dei primi personal computer ad entrare nelle case di tutti, il segreto del successo derivò sicuramente dal prezzo competitivo e dalla facilità d'installazione dato che alla fine era una tastiera collegata ad una tv.
Per utilizzarlo basta accendere la tv e collegarci su Mediaset o un altro canale mettere una cassetta nel mangianastri e dare un bel load aspettare quei 5/10 minuti richiesti ed ecco il giochino o programmino avviato.


COMMODORE USA: AMARCORD
Il famoso personal computer sembrava esser rinato grazie alla Commodore USA azienda che nel 2012 aveva pensato di riproporre il buon vecchio C64 con un hardware di nuova generazione e puntando su Commodore OS Vision una distribuzione basata su Linux Mint come sistema operativo preinstallato e non il vecchio Basic disponibile comunque nella distribuzione grazie ad un'emulatore dedicato.
A quanto pare  Commodore USA ha terminato la commercializzazione dei nuovi C64 nei primi mesi del 2013 ma lo stesso basato su Linux non è riuscito a riavere il successo riscontrato negli anni 80.


AMIBYTE LO RILANCIA NEL 2014
Un annetto fa è stato riproposto e chiamato come Commodore C64x, commercializzato dall'azienda italiana Amibyte.
L'azienda produttrice italiana ha deciso di riportare in vita il C64 includendo hardware di nuova generazione e offrendo agli utenti la possibilità di poter scegliere quale sistema operativo preinstallare nel personal computer.
Attualmente il nuovo Commodore C64x made in italy è disponibile nella versione Barebone ossia con solo il case in stile C64 oppure con AMD APU A8 o A10 oppure con processori Intel Atom oppure Core i3, i5 o i7 dotato di lettore / masterizzatore CD/DVD o Blu Ray, Card Reader ecc.
I nuovi Commodore 64 prodotti da Amibyte vengono rilasciati con Commodore OS Vision oppure opzionalmente con Microsoft Windows il tutto a partire da 649 Euro fino ad arrivare ai 1299 Euro per il C64x con Intel Core i7.
Non proprio poco comunque, per quello che rimane un amarcord ma comunque sempre e solo un semplice "sfizio".

Dronestagram: L'Instagram Dei Droni

Dronestagram è un Social Network un po' particolare.
Sotto certi versi potremmo definirlo come l’Instagram dei droni.
Ma cos'è un drone? E’ un velivolo caratterizzato dall’assenza del pilota umano a bordo.
Il suo volo è controllato dal computer a bordo, sotto il controllo remoto di un navigatore o pilota, sul terreno o in un altro veicolo.
Il loro utilizzo è ormai consolidato per usi militari e crescente anche per applicazioni civili, ad esempio in operazioni di prevenzione e intervento in emergenza incendi, per usi di sicurezza non militari, per sorveglianza di oleodotti, con finalità di telerilevamento o di consegna di pacchi(spedizioni in America).
Come detto Dronesagram è una piattaforma che consente di condividere le foto scattate dai droni.
Il suo ideatore James Bridle, usa Instagram e i suoi filtri per “svelare” i luoghi più belli e spettacolari del mondo.
Grazie all’utilizzo di questi oggetti dotati di fotocamera, gli scatti dall’alto vengono postati dagli utenti del sito e possono essere condivise sui social network.
Le immagini hanno una buona risoluzione se si considera che sulla qualità della foto influiscono vari fattori, come il vento, la luce, l’altezza e l’inquadratura della fotocamera, che può essere orientata dal pilota con l’aiuto di un tablet .
Si possono così scattare foto da punti strategici e inarrivabili per qualsiasi fotografo.


Come Non Ricevere Più Chiamate Di Televendita O Pubblicitarie

Ricevete continuamente chiamate da numeri strani? 0999920, 0999922, 0999923, 0999924, etc ?
Chi sono? Molti si spacciano per l'Enel, altri per il gas, altri ancora vi proporranno strani abbonamenti, vincite (fasulle) di automobili, vacanze da sogni.
Non ne potete più?
Da qualche anno(2011), i possessori di una linea telefonica, possono iscriversi al Registro delle Opposizioni, per non ricevere più telefonate indesiderate di telemarket e servizi promozionali.
Sito: Registro Delle Opposizioni

L'iscrizione vale per tutte le telefonate finalizzate alla vendita e alla promozione di prodotti, oppure a sondaggi d’opinione di qualsiasi tipo e da parte di chiunque.
I consumatori che desiderano dire stop a questi scocciatori, devono necessariamente iscriversi al Registro; altrimenti, per legge, sarà valida la regola del tacito-assenso.
L’iscrizione è gratuita e a tempo indeterminato.
Chi si è iscritto al Registro, cioè, non potrà più essere contattato per telefonate promozionali e sondaggi telefonici, fino all’esplicita revoca dell’iscrizione.
L'iscrizione decorre dal giorno successivo alla ricezione della richiesta, ma gli operatori hanno a disposizione 15 giorni per avvalersi dell'elenco, per cui si potrebbe essere "disturbati" anche per 15 giorni dopo la richiesta.
Chi è proprietario di più linee telefoniche non può fare un'unica iscrizione, ma deve iscrivere al Registro ciascuna linea.
Quando si cambia numero, l'iscrizione decade automaticamente, per cui va fatta l'iscrizione del nuovo numero.


PROCEDURA DA SEGUIRE
Per prima cosa dovrete scaricare: Il Modulo Del Registro Opposizioni
Compilare il modulo direttamente al computer, servendosi degli appositi spazi.
Selezionare l'opzione "Iscrizione" sotto la quale va riportato il numero (o i numeri) per i quali effettuare l'iscrizione al registro.
Dopo aver completato la compilazione e controllato che non ci siano errori, salvare il file pdf.
Inviare un messaggio email all'indirizzo abbonati.rpo@fub.it , allegato il file pdf suddetto.

Il testo della mail potrebbe essere tipo questo:
Oggetto: Richiesta iscrizione al Registro Pubblico delle Opposizioni
Testo:
Spett.Gestore del Registro Pubblico delle Opposizioni,
allego alla presente il modulo di richiesta di iscrizione al Registro.
Cordiali saluti
Nome Cognome
Indirizzo completo

Successivamente (bisogna aspettare qualche giorno), si riceverà un messaggio email con la conferma della presa in carico della richiesta e il codice utenza associato alla propria numerazione.
Nei giorni seguenti, è possibile verificare lo stato della propria richiesta andando sul sito del Registro Pubblico delle Opposizioni, nell'Area Abbonato, alla voce Consultazione stato.

Come Trasformare La Propria Camera In Un Videogame: Room Alive

La tecnologia è in costante evoluzione, sempre pronta a sorprendere con innovazioni che non saremmo riusciti a immaginare fino a qualche anno prima.
Non sarebbe bello, magari, trasformare la propria stanza in un grande videogame?
Secondo Microsoft questo sta diventando possibile grazie alla potenza della sua nuova console, l’Xbox One ed a sei sensori di movimento Kinect.
Infatti è in fase di sviluppo il gioco Room Alive che permetterebbe ciò trasportando l’azione dal televisore direttamente sulle pareti della propria stanza.
Ciò sarà reso possibile attraverso diversi videoproiettori e inoltre catturando i nostri movimenti attraverso il Kinect: saremo così in grado di interagire col videogame direttamente proiettato sulle pareti, prendendo parte attiva al gioco attraverso i nostri movimenti e gesti.
Quindi evitando ostacali ed usando pistole(ovviamente finte).
Diventa quindi possibile colpire oggetti in movimento in una stanza in tempo reale, mentre il Kinect ci osserva e tiene traccia dei nostri movimenti del corpo e della testa oltre a mappare completamente la stanza.
Il vantaggio di questo nuovo sistema sta nel fatto che non solo rende una stanza un grosso videogame ma è adattabile ad ogni ambiente e ovunque lo si volesse portare in quanto il Kinect si adatterà di volta in volta alla stanza in cui sarà alloggiato.
Sebbene difficilmente questo progetto potrà adattarsi a tutti i generi videoludici (tipo videogame di Calcio), non si può di certo dire che non sia interessante, sperando che il giorno in cui potremo essere protagonisti a tutti gli effetti di un videogame non sia troppo lontano.

Il Malware Che Deruba I Bancomat: Tyupkin

Il Malware, identificato con il nome Backdoor.MSIL.Tyupkin, permetterebbe di infettare i bancomat che eseguono una versione di Windows a 32 bit(molti hanno installato ancora XP) e di rubare milioni di dollari.
Al tempo dell’indagine (marzo 2014), era già stati colpiti oltre 50 ATM in Europa, ma nel frattempo il Malware è stato rilevato anche in India, Cina e Stati Uniti.
Per evitare la sua individuazione, Tyupkin entra in funzione solo domenica e lunedì notte(e solo in queste ore che i criminali ruberebbero denaro dai dispositivi infetti).
Inoltre, usa una chiave numerica generata casualmente ad ogni sessione, senza la quale non è possibile accedere all’ATM.
Le telecamera di sicurezza hanno mostrato che un membro della banda di criminali accede fisicamente alla macchina e installa il Malware mediante un CD avviabile.
A questo punto, Tyupkin rimane in attesa di un comando da remoto.
Dopo aver digitato due codici di 8 cifre in sequenza(ciò assicura che nessuno, al di fuori della banda, possa partecipare alla frode), uno dei quali comunicato via telefono da un altro cybercriminale, sullo schermo viene visualizzata la quantità di denaro disponibile.
Poi basta scegliere lo sportello automatico da derubare(40 banconote per volta).
Se viene inserita una session key errata, il Malware disattiva la rete locale, probabilmente per ritardare o bloccare eventuali controlli remoti.
Solitamente il furto di contanti avviene ai danni degli utenti, utilizzando gli skimmer.


"I criminali lavorano di notte, solo di domenica e lunedì. Senza inserire nessuna carta di credito nel bancomat, digitano una combinazione numerica sulla tastiera dello sportello automatico, fanno una chiamata per ricevere ulteriori informazioni da un operatore, inseriscono un'altra serie di numeri e il bancomat inizia a regalare contanti" scrive Kaspersky.


Cosa possono fare le banche per ridurre i rischi?
Per prima cosa esaminare la sicurezza fisica dei bancomat e prendere in considerazione di investire in soluzioni di sicurezza di qualità. La seconda è sostituire tutte le serrature e i passepartout degli sportelli automatici forniti di default dal produttore.
Le banche possono anche installare un allarme e assicurarsi che funzioni correttamente.
I cyber criminali dietro a Tyupkin hanno infettato solo bancomat senza sistemi di sicurezza installati.
E poi ci sono altre accortezze come cambiare la password BIOS di default e assicurarsi che i dispositivi abbiano una protezione antivirus aggiornata.

Strati: La Prima Macchina Stampata In 3D

La prima automobile "stampata" con tecnologia 3D si chiama "Strati" e ha fatto il suo esordio ufficiale all'International Manufacturing Technology Show (IMTS) di Chicago, negli Stati Uniti.
Il prototipo, realizzato dalla Local Motors, è stato disegnato a Torino dall'italiano Michele Anoè.
Essa è equipaggiata con il motore elettrico della Renault Twizy.
Il prototipo della nuova vettura è stato "stampato" in 44 ore e rapidamente assemblato da un team della Local Motors per poi essere messo in strada a metà Settembre 2014.
La Strati è stata costruita in un pezzo unico utilizzando la tecnologia "Direct Digital Manufacturing (DDM)", usata per la prima volta nella costruzione di un'automobile.
I componenti meccanici, come batteria, volante, motore e sospensioni provengono da diversi fornitori, tra cui la Twizy, modello che fa parte di una linea di city car elettriche Renault.
Il veicolo utilizza la scienza dei materiali e le tecniche di produzione avanzate dei pionieri della Struttura di Produzione e Dimostrazione del Department Of Energy (DOE) degli Stati Uniti, all'Oak Ridge National Laboratory (ORNL).
Strati dimostra la possibilità di utilizzare soluzioni di "digital manufacturing" sostenibili nel settore dell'industria automobilistica.
L’auto è stata costruita partendo da zero in meno di due giorni (44 ore per l’esattezza) e può viaggiare ad una velocità massima di 65 Km/h.
Il pacco batterie integrato garantisce invece un’autonomia tra i 190 e i 250 Km, a seconda se si viaggia da soli oppure affiancati da un passeggero.
Strati ha un prezzo di circa 15.000 euro.

martedì 16 dicembre 2014

Arriva Al, L'Assistente Virtuale Su Facebook?

Si chiamerà Al ed è una sorta di assistente virtuale che ci metterà in guardia su che cosa sarebbe più opportuno condividere con i nostri amici virtuali su Facebook.
E che cosa invece dovremmo mantenere strettamente riservato.
Del resto a chi non è mai capitato di pubblicare foto, taggare amici e poi pentirsene?
"Il tuo capo, la tua mamma, la tua fidanzata: sono alcune delle persone che potrebbero vedere ciò che stai per caricare online. Sei sicuro di volerlo?", sarà la sua domanda di rito.

Yann LeCun, da anni studia la robotica mobile, il modo di creare algoritmi capaci di imparare dai dati, ed è molto noto nell'ambiente informatico per le sue analisi su approcci automatici per riconoscere cose, immagini e persone in movimento.
Da dicembre 2013 è a capo di Facebook Artificial Intelligence Research Lab, un organo di ricerca messo in piedi da Zuckerberg per indagare su uno dei temi più affascinanti e controversi dei tempi moderni: la possibilità di far pensare le macchine.

"Facebook ha creato un nuovo laboratorio di studi con l'ambizioso obiettivo a lungo termine di fare importanti passi avanti nel campo dell'intelligenza artificiale. Immagina di avere un assistente digitale in grado di mediare le tue interazioni con gli amici e con i contenuti di Facebook".
Una volta perfezionato, il sistema potrebbe scandagliare l'immagine caricata per capire, ad esempio, se la persona ritratta è ubriaca, o sta facendo qualcosa di potenzialmente compromettente.
E lanciare l'allarme: "Attenzione: contenuto a rischio figuraccia".
Il sogno sarebbe "Creare un meccanismo in grado di analizzare non solo le foto, ma anche qualsiasi altro tipo di post. Ciò che serve è una macchina che possa realmente capire i contenuti e le persone; maneggiare e mettere insieme tutti i dati".

Una macchina, insomma, che tragga la sua linfa vitale dal Deep Learning: ossia da quella tecnologia, sviluppata a partire dagli anni Ottanta da LeCun e altri scienziati, che cerca di automatizzare la nostra vita online.
Come? È grazie a lei se Facebook è già in grado di selezionare i contenuti più adatti per la nostra newsfeed. E sarà presto capace di analizzare il testo che stiamo digitando mentre pubblichiamo uno status.
Per suggerirci così gli hashtag più rilevanti del momento.

sabato 13 dicembre 2014

Tasto "Non Mi Piace" In Arrivo Su Facebook?




“Il dislike è una delle funzioni più richieste dagli utenti”

“Facebook sta pensando di aggiungere il tasto ‘non mi piace'”. 

Parola di Mark Zuckerberg, che ha annunciato la possibile novità nel corso di una sessione pubblica di domande e risposte in California.
Questa novità potrebbe davvero segnare una svolta non di poco conto nella storia della piattaforma.
Quando sarà il lancio? Non si sa ancora.
E’ chiaro che Facebook sta prendendo seriamente in considerazione metodi alternativi affinché gli utenti possano esprimere i loro sentimenti al di là del pulsante ‘Mi piace‘, premuto tutti i giorni 4.5 miliardi di volte. Ma da qui ad una imminente realizzazione ci sarà sicuramente da aspettare, e Zuckerberg non ha dato rifermimenti temporali.
Voci di un possibile tasto ‘Dislike’ circolarono già nel 2010.
Mark Zuckerberg ha poi continuato: “Stiamo pensando al modo giusto per fare in modo che gli utenti possano esprimere una gamma più ampia di emozioni“.
Le conseguenze di una tale modifica devono essere ben valutate.
Per esempio status di amici che annunciano la morte di un familiare, o foto di disastri ambientali, violenza, omicidi, l’imbarazzo degli utenti nel premere il tasto like è evidente.

“Dobbiamo solo trovare il modo giusto per inserire questa opzione, perché a volte i sentimenti negativi possono essere usati con finalità sbagliate“, ha aggiunto il fondatore di Facebook.

Ma forse a preoccupare di più sono le possibili ripercussioni sugli inserzionisti pubblicitari e le pagine aziendali, a cui certo non piacerebbe ricevere ‘apprezzamenti negativi’ ai propri contenuti o iniziative. Facebook combatte da tempo contro i bot automatici che permettono di generare ‘Mi piace’ fittizi.
La stessa, identica cosa potrebbe accadere a maggior ragione con il tasto ‘Non mi piace’, con ripercussioni ancora più negative per le imprese e la qualità dei contenuti proposti nel feed agli utenti.

giovedì 11 dicembre 2014

La Storia Di Netflix (Cos'è e Come Funziona)

È dai primi mesi del 2014 che si rincorrono voci in merito alla discesa in Italia del più popolare (e legale) servizio di streaming di film al mondo: Netflix.
La discesa verso il Sud Europa di Netflix (già presente in Svezia, Olanda, Irlanda e Gran Bretagna) muove un fermento che tocca trasversalmente più nicchie e settori: dagli economisti ai professionisti delle imprese web, dagli appassionati di tecnologia ai numerosi “drogati” di serie televisive.
Al di là dei tempi e dei modi con cui ciò avverrà (perché una cosa è certa, prima o poi si realizzerà), vale la pena ripercorrere e studiare i motivi che stanno alla base di questo successo.
Un successo che, ad oggi, vede Netflix come l’azienda tecnologica più competitiva sul mercato azionistico rispetto agli altri grandi colossi come Amazon, Apple o Google.
Un successo silenzioso ma implacabile, sicuramente meno bruciante ed esplosivo rispetto a quello di Facebook e meno epico di quello di Apple, ma non per questo meno capace di creare una mitologia personale.


LE ORIGINI DI NETFLIX
La storia di Netflix è infatti un racconto che si dilata nel tempo e che non annovera un protagonista fascinoso e carismatico come Steve Jobs, né uno ambiguo come Mark Zuckerberg.
Probabilmente neanche dotato dell’ingegno di Bill Gates ma sufficientemente scaltro, caparbio ed efficace da trasformare in poco più di un decennio un bislacco servizio online in un’azienda da un miliardo di dollari.
La genesi di Netflix risale all’estate del 1997, quando Hastings, dopo aver venduto la propria azienda informatica Pure Software, arruola il collega Marc Randolph e altri specialisti del marketing per dedicarsi a una nuova startup orientata all’industria dell’intrattenimento.
Siamo nell’epoca in cui l’home video era ancora essenzialmente dominato dal supporto Vhs e dalla Tv via cavo.
Come detto nel 1997 un gruppo di informatici fonda una company che guarda al business del cosiddetto pay per rental.
L’idea è quella di organizzare la distribuzione postale di supporti audiovisivi, dando così un’alternativa alle classiche attività di videonoleggio.
Blockbuster è in quegli anni in forte ascesa: la videocassetta si è affermata rapidamente come la modalità privilegiata dagli americani per la visione domestica dei titoli cinematografici.
Ma il modello di espansione applicato da “BigBlue” è basato su una rete di punti vendita estremamente costosi sotto il profilo gestionale.
Blockbuster infatti fonda la propria idea di servizio sulla presenza di personale in store e promette profondità di prodotto alla clientela, che è abituata a noleggiare soprattutto le novità e vuole trovarle a disposizione quando va in videoteca.
Più che questo o quel titolo, viene venduta la “Blockbuster Night”, un formato che diventa di grande successo, perché ricalca le modalità del drive in: l’idea di andare da Blockbuster, scegliere a parete il titolo da vedere, acquistare food and beverage, e passare una serata in famiglia o con gli amici, a un prezzo estremamente competitivo rispetto a una proiezione in sala.
Si sviluppa anche un’agguerrita concorrenza sul territorio, con altre catene di entertainment che offrono un assortimento competitivo rispetto a quello di Blockbuster, provando a essere aggressive sul prezzo.
Anche in Europa, le videoteche crescono negli Anni Novanta a grande velocità.
In Nord America si guarda invece a soluzioni che evitino il disagio di dover riportare il film in videoteca dopo averlo visionato.
Non è un mistero infatti che gran parte della marginalità di Blockbuster è generata dalle penali legate alle riconsegne.
Ma quello che è un volano per il fatturato col tempo si rivela un boomerang, perché abbassa sensibilmente la soddisfazione del cliente.
É in questa fase che nasce Netflix, grazie all’intuizione di Reed Hastings.
La leggenda racconta che l’idea di lavorare sul noleggio di film per corrispondenza gli sia venuta dopo aver ricevuto una multa da 40 dollari per aver consegnato in ritardo la videocassetta del film Apollo 13 al proprio videonoleggio di fiducia.
La vergogna di dover raccontare alla moglie una tale leggerezza lo ha portato a cercare sfogo nella più vicina palestra ed è lì, correndo su un tapis-roulant con in testa il tipico modello di abbonamento a libero ingresso delle palestre, che sarebbe scaturita la scintilla del noleggio flat che permette a chiunque di vedere quanti film vuole e di trattenerli per il tutto tempo che vuole.
Perché non digitalizzare il noleggio, aprendo un grande negozio virtuale e istituendo un pagamento mensile senza numero massimo di film noleggiabili né penali da pagare per la restituzione in ritardo?
Era il 1996, l’era della videocassetta stava volgendo al termine.
Un anno più tardi, Hastings, insieme a Marc Randolph, collega e amico di vecchia data, dava vita a Netflix, un servizio di noleggio online, che prevedeva la spedizione dei DVD (o delle VHS) richiesti via posta.
La startup nacque con 30 dipendenti e un budget di 2,5 milioni di dollari in una piccola cittadina situata nella contea di Santa Cruz, a sud della Bay Area di San Francisco: Scotts Valley.
Qui, in questo piccolo centro da cinquemila anime a pochi chilometri dal Pacifico, la società trascorse i primi anni di vita, prima di muoversi nella poco distante Los Gatos, dove ha ancora oggi il suo quartiere generale.
Dopo diciassette anni i dipendenti, però, sono diventati 2045.


GLI ATTRITI CON BLOCKBUSTER E LA RIVOLUZIONE
All’inizio, Netflix offriva il noleggio di singoli film in DVD, che venivano spediti via posta al richiedente, per un costo totale di 6 dollari (4 di noleggio, 2 di spese di spedizione).
Tra il 1999 e il 2000, la svolta: il servizio viene ricondotto all’idea originale, quella cioè di offrire un numero illimitato di noleggi in cambio di un prezzo fisso, un flat rate mensile.
L’intuizione cambia radicalmente le sorti di Netflix che, solo sette anni più tardi, taglia un traguardo record: il miliardesimo DVD noleggiato.
Ma la storia sarebbe potuta cambiare radicalmente nel 2003, se Blockbuster non avesse rifiutato di investire 50 milioni di dollari per acquisire la compagnia di Los Gatos.
Hastings chiese infatti 50 milioni di dollari, che il gruppo di Dallas considera troppi.
E così, alla ricerca di nuova liquidità con cui crescere, Netflix mette sul mercato parte del proprio stock.
É una fase estremamente delicata, con una serie di trimestrali tutte in perdita, interrotte nel 2003, quando arrivano i primi profitti.
Ma l’attenzione degli investitori determina la necessità di darsi un business plan più rigoroso.
Hastings non sembra particolarmente tagliato per il mondi della finanza: più volte Netflix viene richiamata e e sanzionata perché il Ceo sul proprio blog svela le nuove strategie senza prima averne dato comunicazione al mercato.
Intanto la library ha raggiunto i 35mila titoli, anche grazie alla ormai completa affermazione del Dvd, che consente di superare i costi dell’acquisto del doppio formato.
Un errore fatale quello di Blockbuster: si stima, infatti, che l’ex colosso del video entertainment abbia speso, negli anni successivi, dieci volte tanto per tentare di arginare (inutilmente) la crescita di Netflix.
Blockbuster ai tempi non temeva affatto la concorrenza di Netflix e, anzi, continuava a domandarsi perché mai qualcuno avrebbe dovuto aspettare giorni per avere il proprio DVD per posta quando poteva recarsi a un qualunque Blockbuster Store, che, ai tempi, copriva il 95% delle aree statunitensi.
Il finale della storia è noto, con Blockbuster che dieci anni dopo dichiara bancarotta, mentre Netflix nello stesso momento festeggia i primi 14 milioni di abbonati e porta a compimento il proprio servizio di streaming di film e serie televisive che lo porterà a divenire nel giro di tre anni il leader indiscusso dell’online entertainment.
La sfida fra Netflix(bizzarra impresa di noleggio video per corrispondenza) e Blockbuster(mega-catena di negozi attiva in tutto il mondo), è diventata per gli imprenditori della Silicon Valley un’allegoria delle imprevedibili evoluzioni del mercato e il perenne monito a non sottovalutare mai neanche il più piccolo competitor.
La prima vera grande intuizione di Netflix sta non solo nel concepire un business redditizio nel momento in cui si sta realizzando la grande bolla speculativa che determina il tracollo di molte imprese online (la cosiddetta Dot-com bubble di fine anni Novanta).
Il vero rischio sta soprattutto nel puntare su un prodotto di consumo ancora di nicchia come il DVD e nell’andare a sfidare direttamente i grandi colossi del videonoleggio come Movie Gallery e Blockbuster LLC. Quest’ultima in particolare, come abbiamo visto, rappresenta un’altra pagina della grande mitologia legata a Netflix.
Il neologismo “netflixed” è perfino diventato un modo per intendere la distruzione inaspettata di un modello di business precedentemente di successo.
Netflixed è anche il titolo del saggio di Gina Keating, che dedica ampia parte del suo lavoro a raccontare la violentissima sfida fra le aziende di videonoleggio che ha animato buona parte del primo decennio del 2000.

"Quando cominciai a occuparmi dell’industria dell’intrattenimento di Los Angeles per la Reuters nella primavera del 2004, Netflix aveva appena raggiunto 1,9 milioni di abbonati e stava ancora mostrando tante perdite quanti profitti. 
Negli anni seguenti ho visto Hastings e la sua azienda emarginata divorare una sempre più ampia fetta del mercato in crescita del noleggio online, con mosse ardite che sfidavano le predizioni di Wall Street sull’ampiezza del mercato e la forza dei suoi rivali più importanti. 
Ho visto una squadra dotata e disciplinata cambiare il modo in cui le persone noleggiano i film, non per i soldi, ma per la sfida di distruggere un’industria del “mondo reale” e portarla online. Nella ricerca di creare un software elegante e interfacce intuitive, Netflix si è imposta come decisiva nel determinare i gusti come Apple, innovativa come Google e dotata di un marchio potente come Starbucks".

La forza di Netflix risiede nella sua capacità di trasformarsi, sapendo cogliere in anticipo le tendenze del mercato.
Nel suo momento di massimo splendore, il 2007, il portale ha lanciato un servizio di video streaming on-demand.
Era l'epoca in cui la diffusione della band larga stava mettendo in seria difficoltà gli home-video.
E lo fece meglio dei concorrenti, prendendo spunto (anche) dai servizi già attivi nel Regno Unito: Homechoice, Telewest, NTL.
La disponibilità on line di film e Tv show in violazione della normativa sul diritto d’autore diventa un fenomeno a crescita esponenziale.
Quasi in tutti i territori dove l’audiovisivo è un consumo domestico radicato, il 2007 è l’ultimo anno in cui il settore fa segnare una crescita pronunciata.
Poi i volumi dei Dvd si stabilizzano e in determinate aree a forte incidenza della pirateria informatica cominciano drasticamente a decrescere.
Spagna, Italia, America Latina fanno segnare le perdite più sensibili.
Presto le catene di videoteche che offrono un servizio assistito da personale entrano in crisi.
Per provare a ridurre i costi gestionali, sulla falsariga di quanto avvenuto in Italia con le gallerie di distributori automatici, negli Usa si diffondono i chioschi automatizzati Redbox, che consentono, grazie a una presenza molto capillare sul territorio, di prelevare e consegnare il prodotto in punti diversi, magari andando o uscendo dal lavoro.
Più comodo di un Blockbuster, insomma.
E meno macchinoso del sistema del rental by mail, che deve peraltro sottostare alle progressive razionalizzazioni del servizio postale americano, a partire dalla sospensione delle consegne il sabato, giorno che rappresenta uno dei picchi in termini di numero di titoli noleggiati.
Mentre il declino delle videoteche “brick-by-mortar” appare inesorabile, in molti considerano Coinstar, la company di Duluth (Minnesota) che gestisce i chioschi Redbox, più attrezzata di Netflix per cogliere l’eredità di Blockbuster.
Ma il 2007 è anche l’anno in cui Los Gatos affianca al servizio originario un’offerta di prodotto veicolato in streaming.
Sembra soprattutto una soluzione studiata per arrivare dove le poste ci mettono troppo tempo.
La pirateria in Rete però continua a espandersi e le strategie degli Studios hollywoodiani cominciano a guardare al noleggio del supporto fisico come a un business in declino e a ragionare su di un modello sostenibile di distribuzione digitale legale.
Per molti anni il rental tradizionale ha garantito marginalità molto alte, in ragione del costo dell’acquisto della copia da noleggio da parte delle videoteche (In Italia si è arrivati anche a superare le 100mila lire); la copia digitale è certamente più comoda da noleggiare del supporto fisico, ma c’è un problema di prezzo percepito. Mettere tanti titoli in versione rental elettronico, come propongono i primi eshop, vuol dire aspettare il momento in cui le microtransizioni saranno riuscite a fare massa critica (e ciò non avverrà sino alla diffusione di iTunes).
In prospettiva i deal che Netflix è in grado di offrire per la licenza di sfruttamento del prodotto sulla propria piattaforma di streaming permettono di incassare da subito una cifra molto alta, superiore anche a quella offerta dalla free Tv.
E nel sistema delle finestre di sfruttamento del prodotto, i servizi on line accettano senza resistenze di venire dopo la sala cinematografica, il Dvd, la Pay-Tv, mentre Redbox punta ad avere i titoli in contemporanea alle videoteche tradizionali.

Uno dei motti della compagnia è sempre stato «stay flexible», spiegò Hastings nel 2009 alla CNN.
«Abbiamo chiamato la compagnia Netflix e non “DVD per posta” proprio perché sapevamo che alla fine avremmo distribuito i film direttamente via internet». 
Così, effettivamente, accadde.
Al punto che, oggi, Netflix è il leader di un mercato in espansione, con migliaia di film (il numero è in costante evoluzione) e 20000 episodi di serie tv presenti nel database.

Oggi, Netflix non ha solamente ucciso il modello-Blockbuster, che ha chiuso i battenti a fine 2013 (curiosamente, l’ultimo DVD noleggiato da un negozio della catena è stata la commedia “This Is The End”). La compagnia ha superato quota 40 milioni di iscritti a livello globale (30,1 dei quali negli USA) mostrando una crescita impressionante nell’ultimo anno (+4,9 milioni tra ottobre 2012 e ottobre 2013), con un incremento ulteriore sul mercato internazionale di tre milioni entro la fine del trimestre in corso.
Per capire le dimensioni del fenomeno, basti pensare che, in questo momento, uno statunitense su dieci è iscritto a Netflix (senza calcolare i numerosi account gratuiti di prova); merito di un catalogo fornito e aggiornato, di un sistema di catalogazione strutturato e basato su una community solida, di un costo contenuto (al momento, 7,99 dollari al mese), di una scelta di contenuti originali in grande espansione.
Già, perché Netflix si sta evolvendo ancora.
Da “semplice" servizio di streaming video on demand (VOD), sta diventando una televisione a tutti gli effetti. Il grande successo di House Of Cards, trasmessa in prima visione sul portale durante il 2013, ha avuto un grande successo di pubblico e vinto numerosi premi.
I confini di Netflix, dunque, si espanderanno sempre di più, arrivando ad abbracciare nuovi generi e formati di produzione.


SONO TUTTE ROSE E FIORI?
Dalle parti di Los Gatos hanno le idee molto chiare, dunque, eppure non sono mancati alcuni incidenti di percorso.
Come quello avvenuto lo scorso 1 maggio, quando circa 1800 film scomparvero improvvisamente dal catalogo della piattaforma, causando il cosiddetto “Streamaggedon” che lasciò sgomenti moltissimi web-spettatori.
Alla loro scadenza, importanti accordi con alcune case di produzione, tra cui MGM, Universal, e Warner Brothers, non furono rinnovati.
«È il cambiamento ciclico degli accordi commerciali che variano e del contenuto che fluttua, va messo in conto», scrisse Jason Bailey su Flavorwire, chiedendosi però anche come mai «i servizi di video on demand facessero ancora così schifo».
Negli ultimi mesi, con la crescita degli utenti, è cresciuto anche il numero delle lamentele per un archivio di film in streaming giudicato troppo scarso dagli utenti.
La compagnia è intervenuta sulla questione, spiegando che la filosofia dietro all’azienda non è quella di offrire un archivio di tutti i film mai pubblicati, vecchi o recenti che siano, quanto piuttosto una videoteca quantitativamente limitata in grado di ruotare periodicamente, seguendo il flusso degli accordi commerciali sottoscritti con le varie case di produzione e distribuzione.
Netflix si considera più un curatore di contenuti, dunque, che un luogo dove accumulare uno dopo l’altro tutti i film della storia.
È questo, sicuramente, il motivo che permette alla piattaforma di mantenere un costo di abbonamento così basso.
Una sorta di compromesso, dunque, tra qualità e prezzo.
Un tipo di “via intermedia” che probabilmente verrà riproposta in Italia, dove Netflix potrebbe sbarcare nel 2014.
In Europa, la piattaforma è già disponibile in UK, Irlanda, Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Francia.


Per approfondire:
Come Funzionano Netflix Ed Hulu
La Storia Di Blockbuster e Il Suo Fallimento

La Storia Di Blockbuster e Il Suo Fallimento

Blockbuster fu una società di distribuzione digitale (Home Video e Videogame in primis) fondata negli Stati Uniti nel 1985.
Il primo negozio fu aperto a Dallas, Texas, nel 1985.
Nel giro di 10 anni i negozi aperti furono quasi 5000.


LE ORIGINI
L'ideatore fu tale David Cook, che approfittò del brusco rallentamento di petrolio e gas per dar vita a quello che sarebbe stato il colosso americano del noleggio film.
Cook divenne miliardario vendendo l’azienda a Viacom nel 1994.
Il noleggio e la vendita di film, infatti, si dimostrarono fin da subito un mercato in forte espansione e con buoni profitti.
Da qui la strada verso il successo ed il guadagno fu in discesa.
Negozi comparvero in Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Gran Bretagna, Portogallo, Danimarca, Messico, Argentina ed Italia.

Ci fu anche un’acquisizione da parte di Viacom per 8,4 bilioni di dollari: così tanti zeri che la parola crisi non era nemmeno contemplata nel vocabolario dell’azienda statunitense.
Come detto, sull’onda del successo americano l’insegna Blockbuster arriva anche da noi nel 1994.
Fu una piccola rivoluzione per il nostro commercio lento e conservatore: un’inaugurazione la settimana, negozi aperti 365 giorni l’anno e fino a tarda ora, comunicazione e marketing all’americana.
Erano le serate Blockbuster e, infatti, nei negozi a un certo punto apparirono i frigo con le pizze surgelate, birra e coca e gli stand con orridi snack e patatine multicolori.
Non c’erano le tv satellitari.
Il Web non si sapeva cosa fosse, c’erano le videocassette, poi arrivarono i dvd e i videogiochi.
Poi, piano piano, fini tutto in svendita.
Il modello di business sostanzialmente è rimasto invariato nel tempo: catena di noleggio per l’home cinema, capillare, aperta 365 giorni all’anno con restituzione 24 ore su 24.
A fianco al noleggio arrivò la vendita di videocassette prima, dvd e blu-ray dopo, sia nuovi che usati.
A ben vedere, il vero successo di Blockbuster era sintetizzato nel claim “Make it a Blockbuster night”. L’invito era forte e gli ingredienti semplici: il cinema, il tuo divano di casa, la pizza, la birra, gli amici o la famiglia.
Blockbuster diventa icona di un’occasione sociale moderna, inventa l’home entertainment.
I negozi, l’assortimento, la facilità di accesso e restituzione, la pizza surgelata sono gli elementi accessori per il tutto ma il prodotto si evolve: ieri si chiamava videocassetta, oggi dvd, domani chi lo sa.
Quando si è capito che la rivoluzione digitale avrebbe modificato irreversibilmente la fruizione del cinema a casa, Blockbuster apporta lievissime novità.
E lo fa scegliendo la via più semplice: ho i negozi, ho una competenza di noleggio, ho i dvd quindi da domani noleggio i videogiochi per console.
Nasce Game Rush.
Intuizione che non salverà Blockbuster dal fallimento.


LA DECLINO E IL FALLIMENTO
Con il passare del tempo, una dopo l’altra cominciano a cadere le 5.000 insegne che Blockbuster aveva piazzato nel mondo.
Nel 2010 la società dichiara bancarotta, la pirateria ormai la fa da padrona.
Nel 2013 toccò alla Gran Bretagna, dove l’insegna di videonoleggio andò in amministrazione controllata: oltre 4000 lavoratori coinvolti e 500 negozi chiusi.
È solo il penultimo atto di un’agonia cominciata due anni prima, che accompagna per contrappasso l’ascesa di chi l’ha causata (lo streaming via Internet in prima fila) e i cambiamenti nelle abitudini di chi guarda il cinema e in genere di chi ascolta musica o cerca informazioni.
Quello dell’insegna di videonoleggio è un caso da manuale: il leader che non capisce l’evoluzione del mercato, non si adatta e finisce per implodere.
Era possibile prevedere la fine? Forse sì ma forse non era facile mettere in atto le contromisure così come non sono riusciti altri (FNAC, ad esempio).
Ma per il colosso americano i segnali di malfunzionamento arrivano già nel 2000.
Negli Stati Uniti Netflix, la società di Reed Hastings, considerata la principale colpevole della crisi di Blockbuster, assesta il primo colpo portando a casa i film con un sistema semplice (puoi tenerlo quanto tempo vuoi, senza pagare multe in caso di ritarda consegna) e grazie all’efficienza delle poste americane.
Poi passa allo streaming, nel 2008.
E al pagamento di un canone che ti permette di vedere tutto quel che vuoi.
E’ un successo che mette in ginocchio il leader, che pure aveva i clienti e la storia.
Netflix aveva iniziato a far vacillare Blockbuster.
Il gigante blu e giallo che da solo aveva fatto tremare tutta Hollywood, convincendo la gente che guardare film nella comodità del salotto di casa propria era meglio, si trovò ad essere vittima, come il cinema prima di lui, di quella “teoria dei nuovi prodotti” che ne aveva fatto la fortuna.
Il cinema ucciso dal dvd, i dvd uccisi da Internet.
Se a questo aggiungete l’avvento della televisione digitale on demand e Internet con i suoi negozi virtuali come iTunes ed Amazon, capirete il tracollo di Blockbuster.
Un duro colpo sferrato a suon di migliaia di film tra i quali scegliere grazie semplicemente ad un decoder, un abbonamento mensile o annuale e un click.
Internet, pay-per-view e pirateria informatica, quindi, sono sicuramente responsabili del fallimento dell’azienda, ma non sono gli unici.
Nel 2011, essa è acquistata da Dish Network ma è un fuoco di paglia perchè da lì a poco abbandonano prima il mercato canadese, poi quello italiano, nel 2013 quello inglese.
A Novembre 2013 vengono chiusi gli ultimi 300 negozi rimasti negli Stati Uniti, decretandone la fine.
Il vero colpevole? Blockbuster stesso, con la sua incapacità di adeguarsi agli ultimi standard tecnologici. Niente soluzioni innovative e competitive, niente clienti, niente guadagni.
Netflix, invece, che solo quattro anni fa era a rischio fallimento, ha riorganizzato il proprio servizio di video-noleggio con consegna casalinga, riciclandosi in sito di streaming a pagamento, per allargare poi le sue attività fino a diventare addirittura casa di produzione.
A Febbraio 2013, infatti, è iniziata l’operazione House Of Cards, una serie televisiva adattata da Beau Willimon per il servizio di streaming Netflix.
La Logica? Attrarre nuovi abbonati con un’abbuffata di episodi e fidelizzarli.
Ma soprattutto convincere gli investitori!
Lo stesso Beau Willimon ha affermato “Questo è il futuro, lo streaming è il futuro. La TV non sarà TV da qui a cinque anni...tutti saranno in streaming”.
Netflix, dunque, ha saputo rinnovarsi, per questo è ancora presente e dinamica sul mercato.
Anche i cinema sono riusciti ad innovarsi, migliorando il servizio, lavorando sulla qualità degli stessi, spingendo le case cinematografiche ad una continua ricerca di nuove soluzioni “cinema based”.
E Blockbuster? Non può far altro che osservare tristemente i titoli di coda che segnano la fine del film che l’aveva come protagonista.


Per approfondire:
La Storia Di Netflix
Come Funzionano Netflix Ed Hulu