Sui social, la diffamazione non dipende generalmente da una "lista" di parole vietate ma conta soprattutto il contesto della frase, il significato attribuito alla persona e la capacità dell'affermazione di ledere la reputazione altrui, specialmente se pubblicata sui social e visibile a terzi. Da diversi anni sono diffusi, da presunti VIP e influencers, video provocatori per innescare reazioni aggressive da parte di chi guarda. Il raggiro non è basato sulla denuncia in sè (poco conveniente, a meno di insulti veramente gravi) ma sul "chiudere la questione pagando X somma evitando così situazioni più gravi, quali la denuncia". Sostanzialmente si cerca di intimorire la persona estorcendole denaro.
COSA E' RISCHIOSO SCRIVERE: DIFFAMAZIONE
Sono particolarmente problematiche affermazioni che attribuiscono a una persona fatti negativi specifici e non provati, ad esempio:
"È un truffatore".
"Ha rubato dei soldi".
"Evade le tasse".
"È un pedofilx".
"Ha commesso un reato".
"Truffa i suoi clienti".
"È corrotto".
"È un ladro".
Anche se formulate come opinioni ("secondo me è un truffatore"), possono essere considerate diffamatorie se vengono percepite come attribuzione di fatti.
Sono invece tutelate e considerate "libertà di espressioni", le opinioni, i giudizi soggettivi e le critiche, purché non degenerino nell'insulto gratuito o nell'attribuzione di fatti falsi.
Esempi:
"Non mi piace il suo modo di comunicare".
"Trovo i suoi contenuti di scarsa qualità".
"Secondo me è poco competente in questo settore".
"Mi sembra arrogante".
"Non condivido quello che ha detto".
"La sua pubblicità mi pare poco trasparente".
Queste frasi esprimono valutazioni personali e sono normalmente meno rischiose. In generale una critica può essere anche dura, sarcastica o sgradevole. Parole come "arrogante", "ridicolo", "presuntuoso", "incompetente" o "buffone" possono talvolta essere considerate espressioni di giudizio soggettivo, mentre una frase come "ha truffato i clienti" può essere molto più problematica perché presenta un fatto verificabile. Quello che crea problemi è l'attribuzione di fatti determinati non veri e l'insulto puramente denigratorio.
Dunque, ci sono espressioni che possono essere lecite o problematiche a seconda del contesto:
"Ciarlatano".
"Incompetente".
"Buffone".
"Scammer" ("truffatore").
"Disonesto".
Se usate come mera invettiva in una discussione possono essere valutate diversamente rispetto a un post che presenta tali affermazioni come fatti reali. In generale, quello che dovresti chiederti è se la tua è un'opinione oppure stai affermando come vero un fatto negativo specifico.
"Non mi fido di lui" (opinione).
"Ha truffato i clienti" (affermazione di fatto).
COSA PUO' FARE UNA PERSONA OFFESA?
È legittimo e previsto dalla legge che una persona offesa chieda:
- la rimozione del contenuto.
- una rettifica.
- un risarcimento tramite avvocato.
Tuttavia, se qualcuno ti contatta con messaggi informali del tipo: "Versami 500 euro o ti denuncio" oppure "Versami 1000 euro, così la chiudiamo qui" si tratta molto probabilmente di un truffatore che se e sta approfittando della situazione. In questi casi, conviene non rispondere e soprattutto cercare di capire se quanto scritto è davvero un insulto/diffamazione o se si tratta di una pretesa non lecita.
In questi casi è consigliabile:
- conservare tutti i messaggi.
- non pagare impulsivamente.
- valutare il contenuto contestato.
- sentire un avvocato se la richiesta appare seria.
CONVIENE DENUNCIARE?
Per l'influencer o la persona offesa, un'eventuale denuncia richiede tempo e risorse a causa di:
- raccolta prove (screenshot, identificazione del profilo).
- colloqui con il legale.
- eventuali integrazioni alle indagini.
Anche una pratica semplice può richiedere diverse ore di lavoro personale distribuite nel tempo. Se si rivolge a un avvocato per una diffida o una consulenza preliminare si può andare da qualche centinaio di euro in su; per seguire una vicenda più articolata, con attività successive e richiesta di risarcimento, i costi possono crescere sensibilmente. Per questo motivo molti personaggi pubblici non avviano azioni legali per ogni commento sgradevole ricevuto: il rapporto costi/benefici spesso non è favorevole, soprattutto per singoli commenti isolati. Se un influencer riceve ogni giorno decine o centinaia di commenti ostili, avviare una querela per ciascuno sarebbe spesso antieconomico. Va considerato anche che essere querelati non significa automaticamente essere condannati. La diffamazione richiede una valutazione concreta del contenuto, del contesto, della veridicità dei fatti, dell'interesse pubblico e del diritto di critica. Le richieste di pagamento "dammi 300, 500 o 1.000 euro e non ti denuncio" fanno leva su una percezione errata molto diffusa:
"Se qualcuno mi querela, perderò sicuramente migliaia di euro."
In realtà tra: ricevere una contestazione, ricevere una diffida, essere querelati, arrivare a un processo e poi ad una condanna, ci sono diversi passaggi e nessuno di essi è automatico.
Questo non significa che si possa insultare impunemente, ma spiega perché il modello della "micro-estorsione reputazionale" (pagamento immediato per evitare una presunta querela) può risultare credibile a molte persone.
INSULTI
Per gli insulti, non si tratta di diffamazione "classica". Parole come:
- coglione/cogliona.
- idiota.
- cretino.
- pagliaccio.
- buffone.
- clown.
- essere disgustoso.
- fa schifo come persona.
non attribuiscono normalmente fatti specifici (come "ha rubato" o "è un truffatore"), ma sono epiteti offensivi o giudizi sprezzanti. Dal punto di vista giuridico, il rischio dipende molto dal contesto:
"Secondo me si è comportato da pagliaccio in questa vicenda" (tende a essere visto come una critica colorita o una valutazione soggettiva).
"Sei un coglione" (può integrare l'ingiuria in senso comune, ma in Italia il reato di ingiuria è stato depenalizzato nel 2016 e oggi può rilevare sul piano civile).
"Tizio è un coglione" scritto pubblicamente a migliaia di persone (può essere valutato come diffamazione se il contesto mostra una volontà di denigrare la reputazione della persona).
E' meno rischioso, frasi che criticano comportamenti:
- "Ha detto una sciocchezza".
- "Trovo il suo comportamento ridicolo".
- "Non sembra conoscere l'argomento".
Chi si espone pubblicamente (politici, giornalisti, influencer, artisti, etc.) deve tollerare un livello di critica più elevato rispetto a un privato cittadino. Questo non significa che si possa insultarli liberamente, ma che espressioni polemiche, sarcastiche o iperboliche vengono spesso valutate in modo più permissivo se riguardano la loro attività pubblica. Le parole più pericolose non sono necessariamente gli insulti più volgari, ma quelle che attribuiscono reati o comportamenti disonesti come fatti reali. "Clown" può essere considerato una critica colorita; "truffatore" è un'accusa che richiede basi concrete. Naturalmente ogni caso dipende dal contesto specifico e dalla valutazione del giudice.
