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sabato 7 maggio 2016

La Storia Di Jonathan James: Gli Attacchi Alla NASA, a TJX e Il Suicidio

Jonathan James detto "c0mrade" nacque nel 1983, aveva solo 15 anni quando a fine anni 90 sferrò il primo attacco informatico.
All'epoca tutti gli hacker puntavano ai server della NASA e del Pentagono, in quanto ritenuti sistemi inviolabili o comunque quelli con maggiore appeal.
Anche perchè la ribalta mediatica era sicuramente maggiore.


GLI ATTACCHI ALLA NASA
James riuscì nell'impresa all'età di soli 16 anni tra il 29 e il 30 giugno dello stesso anno.
Riuscì ad hackerare i server della NASA con un semplice Pentium.
Inoltre ottenne l'accesso all'agenzia governativa dell'Alabama compresi i codici della Stazione Spaziale Internazionale.
Una volta dentro, era libero di spostarsi all'interno della rete, ciò costrinse la NASA a riavviare i loro sistemi con una spesa non indifferente.
Dopo l'accaduto, la NASA fece di tutto per catturare e far arrestare Jonathan James.
Il valore dei dati rubati era di circa 1,7 milioni di dollari.
James installò uno sniffer ed una backdoor, intercettando user, password ed ovviamente migliaia di messaggi.
Secondo la NASA, "il software supportava l'ambiente fisico della Stazione Spaziale Internazionale, incluso il controllo della temperatura e dell'umidità all'interno dello spazio di vita".
Il blitz nella casa di James avvenne alle 6 del mattino del 26 gennaio 2000, l'hacker verrà incriminato a settembre dello stesso anno.
Jonathan, durante la causa, affermò davanti al giudice che il sistema di sicurezza della NASA era ridicolo e non valeva di certo tutti quei soldi.
Secondo alcuni avvocati se il giovane fosse stato maggiorenne avrebbe rischiato fino a 10 anni di galera per aver violato la sicurezza nazionale.
James fu condannato a sei mesi di arresti domiciliari e libertà vigilata fino all'età di diciotto anni  e dovette obbligatoriamente scrivere lettere di scuse alla NASA e il Dipartimento della Difesa.
Inoltre gli fu proibito di utilizzare il computer.
Janet Reno, all’epoca Ministro della Giustizia, applaudì la condanna ed era palese la soddisfazione per il chiaro messaggio mandato ai criminali che imperversavano in rete: le violazioni di proprietà sono un reato da perseguire con decisione.
Anni dopo James rimase in libertà vigilata, poichè risultò positivo all'uso di droghe e successivamente fu preso in custodia dagli Stati Uniti Marshals Service  ad una funzione correttiva federale.


I DATI TRAFUGATI A TJX ED ALTRE CATENE COMMERCIALI
Nel 2007, la catena commerciale di abbigliamento TJX fu vittima di un attacco massiccio ai propri computer che compromise privacy e dati sensibili di milioni di clienti.
Lo stesso giro di hacker attaccò anche BJ's Wholesale Club, Boston Market, Barnes & Noble, Sports Authority, Forever 21, DSW, officeMax e Dave & Buster's, e ciò fece diventare milionario il capo di questa cerchia, Albert Gonzalez.
James grande amico di Gonzalez fu investigato dai servizi segreti che attuarono delle incursioni in casa sua, anche se lo stesso si era sempre dichiarato non colpevole.
Apparentemente però i blitz a sorpresa non portarono a nulla di sospetto, venne però trovata una pistola legalmente registrata.


LE ACCUSE INGIUSTE E LA MORTE
La denuncia penale presentata contro gli hacker della TJX menzionava uno sconosciuto cospiratore che non era stato incriminato e che si identificava solo con le iniziali "J.J.".
Nel 2004 questo cospiratore aiutò uno degli hacker a rubare numeri di carte di credito, numeri di account bancari e PIN da un negozio OfficeMax tramite Wi-Fi.
Questi numeri furono poi presumibilmente dati a Albert Gonzalez, per il quale "J.J." aveva anche aperto una mailbox
Il padre di James credeva che "J.J." fosse suo figlio.
Molto probabilmente però ci si riferiva a "Jim Jones", un alias che si credeva essere usato da Stephen Watt, amico del capo Albert Gonzalez.
Jonathan si sentì incastrato e proclamandosi innocente decise di farla finita o almeno così si crede.
Verrà ritrovato il 18 maggio del 2008, morto sotto la doccia di casa sua.
Il giudici affermarono che si trattasse di un suicidio estremamente convinti che lui si sarebbe sparato in testa per le ripercussioni legali.
Tutta questa storia è ancora avvolta nel mistero e non si sa se realmente il ragazzo si sia suicidato o meno.
La cosa certa è che l’indagine andò avanti portando alla condanna di Albert Gonzalez ed altri criminali.

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